Studio – L’integrazione dell’islam nella società moderna italiana

L’AIEPAF termina lo studio sulle “Problematiche relative ai matrimoni misti”.

Di seguito un breve estratto del lavoro che può essere richiesto scrivendo adinfo@aiepaf.it:

Attualmente assistiamo ad una fortissima ondata migratoria proveniente, nella maggior parte dei casi, dai paesi economicamente più deboli, che inevitabilmente porta a stretto contatto culture e ordinamenti giuridici anche molto diversi tra loro; tale immigrazione all’interno dei paesi economicamente più avanzati, dipendente dall’insufficienza delle risorse economiche nel paese di provenienza, e la stessa globalizzazione dell’economia e dei mercati mondiali, pongono i nostri sistemi giuridici di fronte alla necessità di regolamentare e prevedere l’efficacia di provvedimenti emessi da autorità straniere.

La possibilità del recepimento e dell’efficacia all’interno del nostro sistema giuridico di provvedimenti emessi da autorità straniere, diventa difficoltosa quando il nostro ordinamento giuridico si deve confrontare con sistemi culturalmente e giuridicamente molto distanti dal nostro: esempio emblematico è quello del rapporto tra l’ordinamento italiano ed il diritto islamico che si rileva, senza dubbio, molto problematico in quanto ci si confronta con un insieme di regole giuridico-religiose anche culturalmente molto distanti dalla nostra storia giuridica e dai principi che ne sono a fondamento.

Il diritto islamico si caratterizza, innanzitutto, per l’essere indissolubilmente legato alla cultura ed alla religione araba, venendo in questo modo a subordinare quella che noi chiamiamo scienza giuridica alla teologia islamica; nei sistemi di diritto islamico, infatti, non esiste la separazione, cardine dei sistemi di diritto europei, tra il diritto, inteso come insieme di precetti giuridici laici, e religione, in quanto le norme giuridiche dello stato islamico sono storicamente e logicamente derivanti dal precetto coranico.

La sharia (lett. la via da seguire) è data dall’insieme di precetti religiosi, giuridici e sociali di derivazione coranica, in cui convivono oltre a precetti giuridici di diritto privato e penale, anche aspetti teologici e morali; tale connessione imprescindibile con la religione e il suo Libro rende da un lato il diritto islamico tendenzialmente immodificabile nel tempo e dall’altro fa sì che non esistano giuristi in senso occidentale che prescindano da una formazione in teologia.

Schematizzando possiamo così riassumere le fonti tradizionali del diritto islamico:

  • Corano: è la rivelazione del Dio al suo profeta Maometto;
  • Sunna (Tradizione Sacra): è lo strumento per colmare le numerose lacune del testo sacro; si sostanzia in un racconto tramandato da narratori attendibili in maniera ininterrotta nel tempo che ha ad oggetto un comportamento di Maometto;
  • Ijma (Opinione concorde della comunità): è il consenso generale espresso dai giuristi-teologi maggiormente autorevoli ad una data teoria, quando adeguatamente motivato;
  • Qiyas (interpretazione analogica): inizialmente l’utilizzo dell’analogia come strumento per colmare le lacune del diritto rivelato veniva considerato empio dato che l’intervento umano non può avere la medesima autorevolezza di quello divino; tuttavia l’uso dell’analogia si insinuò nei sistemi di diritto islamico grazie al contatto con le culture irano-ellenistiche (grazie all’analogia, ad esempio, si riconobbe alla donna offesa da un reato un diritto al risarcimento pari alla metà di quello spettante ad un uomo analogamente a quanto avviene nelle successioni mortis causa).

Accanto ad esse esistono anche delle fonti non canoniche, come la consuetudine (non rilevante in tutti i paesi di diritto islamico), le decisioni giudiziarie, il decreto del sovrano e il pubblico interesse (che è stato posto a fondamento del limite numerico di possibili matrimoni poligamici per l’uomo).

Tra i settori del diritto islamico che maggiormente sono ancorati ai precetti religiosi si ha, senza dubbio, il diritto di famiglia e l’istituto matrimoniale, che è anche tra quelli che pongono maggiori problemi circa l’eventuale recepimento ed efficacia all’interno del nostro ordinamento, dato che la materia matrimoniale rientra nel c.d. statuto personale, comprendente anche il diritto successorio e quello di famiglia, di chiara derivazione sharitica; l’istituto matrimoniale di diritto islamico, a differenza di ciò che avviene nel nostro ordinamento, parte da una imprescindibile diversità dei diritti ed obblighi nascenti in capo alla donna o all’uomo dal matrimonio, dipendenti da una diversità funzionale degli stessi secondo il precetto religioso: l’autorità divina attribuisce all’uomo il compito di mantenere e proteggere la donna e i figli, assicurando parità di trattamento tra le mogli in caso di matrimonio poligamico; così all’uomo il diritto islamico attribuisce il potere di guida della famiglia, dato che è lui ad avere il compito di educare i figli secondo i precetti anche religiosi del diritto islamico.

La donna col sorgere del vincolo matrimoniale ha l’obbligo di obbedire al marito, che è il tramite potremmo dire del suo rapporto con Dio ed essa, a differenza dell’uomo, ha l’obbligo di coabitazione col marito, essendo tenuta a seguirlo nei suoi eventuali spostamenti.

La sottomissione della donna al marito, tramite e strumento della sua sottomissione al Dio, fa residuare, comunque, dei diritti in capo ad essa: è l’esclusiva proprietaria del suo patrimonio, che può gestire autonomamente ed indipendentemente dal marito, ed è l’unica a godere dei suoi frutti, dato che non è tenuta all’impiego delle somme per il sostentamento della famiglia; il matrimonio islamico non produce, a differenza di quello italiano, né la comunione patrimoniale tra i coniugi, né l’obbligo per gli stessi di contribuire al sostentamento della famiglia in proporzione alle proprie sostanze, dato che tale obbligo grava unicamente sull’uomo (cosa che sembra giustificare nella successione mortis causa l’attribuzione alla donna della metà delle somme spettanti all’uomo).

Il matrimonio si perfeziona col consenso prestato dalle parti davanti a due testimoni maschi e di religione musulmana (tuttavia la donna vergine o quella affetta da mutismo possono rimanere in silenzio ed in tal caso il consenso si evincerà da altri segni).

Gli sposi devono essere adulti per prestare un valido consenso (in alcuni stati si può prestare validamente consenso al matrimonio già a quattordici anni) e la donna deve essere assistita dal wall, generalmente il padre o il fratello, che sembra essere definibile come un curatore matrimoniale della donna.